Resistere in Silenzio
Il ruolo nascosto ma fondamentale delle donne tra storia e letteratura
Un archivio digitale dedicato alle storie sommerse delle donne che hanno forgiato il proprio destino. Figure silenziose che hanno trovato in sé la forza di resistere e liberarsi. Perché la libertà è una radice antica che va difesa, ogni giorno.
Le protagoniste invisibili della storia:
Nel corso della storia, e in particolare durante le fasi di forte crisi che hanno attanagliato l'umanità, ad emergere sono quasi sempre figure maschili, oscurando i sacrifici e la dedizione che contraddistinguono molte donne in tali momenti di emergenza.
Tra gli esempi concreti dello sforzo femminile, vi è il loro impiego massiccio in fabbriche e negli ospedali da campo durante i due conflitti mondiali. In queste fasi, le donne non costituirono solo una figura di supporto logistico ma anche una garanzia per la continuità della vita civile; quanto descritto dimostra una rivoluzione silenziosa e impercettibile la quale riuscì gradualmente a sfaldare le barriere del patriarcato dell’epoca.
Parallelamente agli avvenimenti concreti, anche la letteratura fa emergere forme di resistenza invisibili ma altrettanto profonde, come nel romanzo La Ciociara di Alberto Moravia.
I paragrafi che seguono propongono un’analisi storica e letteraria di fatti e testimonianze dell’epoca, per far emergere quelli che sono stati i mutamenti nei confronti delle figure femminili, dal silenzio a ruolo cruciale per la storia, donne che, nel mezzo di una lotta quotidiana per la sopravvivenza, hanno imparato a “salvarsi da sole"
La Resistenza italiana: un protagonismo femminile dimenticato
Tra le due guerre:
Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, l’assenza di molti uomini chiamati a combattere al fronte provocò effetti economici e sociali devastanti in tutta Europa. Le uniche figure rimaste a poter impiegare i posti vacanti di molti contadini e operai furono le donne; continuando a svolgere allo stesso tempo le mansioni domestiche, questo intenso coinvolgimento vede ruoli sempre più di rilievo attribuiti alla donna (dalla gestione delle proprietà agricole alla Croce Rossa per il supporto dei feriti nelle vicinanze dei fronti di guerra).
L’avvento del regime fascista cercò di porre freno all’emancipazione femminile avvenuta negli anni precedenti, attuando riforme costituite esplicitamente sulla disuguaglianza fra i sessi. Con la legge del 20 gennaio 1927, il governo fascista dimezza gli stipendi delle donne, basandosi sull’idea che la donna dovesse essere dipendente economicamente dall'uomo e concentrarsi sulla famiglia.
Inoltre, attraverso l’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) si incentiva la natalità con premi e onorificenze alle “madri prolifiche” italiane, in modo tale da distogliere l’attenzione dalle aspirazioni professionali e sociali delle donne
La Resistenza:
Tra il 1943 e il 1945, nel pieno della Seconda guerra mondiale, furono decine di migliaia le donne italiane, di ogni età e ceto sociale che si esposero ai rischi della guerra, facendo fronte alla piaga del nazifascismo; non solo 'angeli del focolare', ma parte cruciale per la liberazione dell’Italia, le quali, nel tentativo di portare al successo tale obiettivo comune, divennero vittime di deportazioni, uccisioni e violenze.
A Fronte di ciò il mondo (almeno all’epoca) rispose a tali sacrifici ignorandole e sminuendole, tant’è che in troppi casi le donne si rifiutarono di sfilare al fianco dei compagni nelle parate della vittoria, e solo pochissime partigiane ricevettero medaglie e riconoscimenti ufficiali.
Solo verso la fine degli anni ’60 emerse la verità sul contributo delle donne durante la Seconda guerra mondiale e della Resistenza italiana: incarnarono profili materni oltre i confini familiari (assistendo soldati, prigionieri, ebrei e bambini) dimostrando anche un forte protagonismo alla pari di quello maschile.
Ancor prima della nascita della Resistenza, le donne furono protagoniste di scioperi tra il 1943 e 1944, contro lo sfruttamento nei loro confronti negli ambiti lavorativi e la loro riduzione ai compiti esclusivamente domestici della figura femminile, imposta imposte dal regime fascista in Italia.
Nel novembre 1943 nacquero a Milano i GDD (Gruppi di Difesa della Donna), i quali consistevano in aiuto economico alle famiglie dei deportati e dei combattenti, organizzazione di sabotaggi, attività di propaganda, raccolta di fondi, quindi non una specializzazione fissa per la donna, ma un’occupazione a 360 gradi comprendendo anche il combattere con le armi in pugno.
Come sosteneva Ada Gobetti (nome di battaglia 'Ulisse'), tra i partigiani di Giustizia e Libertà, durante la Resistenza “la donna era presente ovunque”; infatti, secondo i dati forniti dall’ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia), il numero delle donne che, dopo la guerra, ha presentato domanda ufficiale per il riconoscimento del titolo partigiano si aggirerebbe intorno alle 35.000, un valore considerato sottostimato a confronto di ipotesi moderne che in realtà portano alla luce la partecipazione di almeno un milione di donne, andando a comprendere:
- Donne dei GDD;
- Chi ha compiuto atti di disobbedienza radicale (come nascondere i ricercati).
L’accettazione di tali figure, dalla parte maschile, non fu facile. Agli albori di tali resistenze, alle donne venivano affidati compiti considerati adatti alla loro “natura”, quindi semplicemente cucinare o prendersi cura dei feriti; compiti più importanti furono legati al ruolo di staffette (tra quelli maggiormente riconosciuti), un compito che rompeva con l'immagine tradizionale della donna chiusa in casa. Il termine stesso richiama il passaggio di mano in mano dei messaggi, un lavoro fondamentale che solo a Firenze, per esempio, coinvolse circa 400 donne.
Per queste donne, la guerra portò una libertà di movimento prima impensabile: potevano viaggiare per giorni a piedi, in bicicletta o sui treni, spesso giustificando le assenze con i genitori o i vicini dicendo che andavano in campagna a cercare cibo. Era però un compito pericolosissimo, che richiedeva nervi saldi e il rispetto di regole rigide per non farsi scoprire, come:
- Agire nell'ombra: non rivelare a nessuno la propria missione e fingere una vita normale in famiglia.
- Massima allerta: assicurarsi di non essere seguite e avere sempre una scusa pronta in caso di fermo.
- Discrezione assoluta: nascondere il materiale con cura, camminare con disinvoltura e non svelare mai il contenuto di ciò che si consegnava.
Le staffette sapevano bene che un errore poteva costare la prigione, la violenza o la vita, rendendo la loro partecipazione una forma di resistenza coraggiosa e consapevole.
Una volta terminata la guerra, l’esperienza della Resistenza e della Liberazione, era divenuta oramai un punto di non ritorno per il paese e anche per i diritti delle donne.
Dalla Resistenza alle urne:
Questo impegno capillare e rischioso segnò un punto di non ritorno nella storia dell'emancipazione italiana. L'esperienza della Resistenza fu infatti il preludio necessario al riconoscimento del suffragio universale: prima ancora del Referendum del 2 giugno, le donne italiane esercitarono il loro diritto di voto nelle elezioni amministrative della primavera del 1946, un momento storico che vide un'affluenza massiccia e l'elezione delle prime donne nei consigli comunali.
Quel primo passo portò poi alla storica data del 2 giugno 1946, quando furono chiamate al voto nazionale per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Non si trattò di una concessione dall'alto, ma del riconoscimento di un diritto conquistato sul campo: dalle staffette alle 21 'Madri Costituenti', il contributo femminile divenne la base imprescindibile su cui fondare la nuova democrazia repubblicana.
Il 25 giugno 1946 si riunì per la prima volta l’Assemblea costituente e ben 21 donne entrano a far parte di quel gruppo di eletti che potevano sedere ufficialmente nei banchi della politica. Le cosiddette Madri Costituenti erano rappresentanti dei diversi partiti presenti nel paese: nove dalla DC, nove dal PCI, due dal PSIUP ed una dal Fronte Liberale Democratico dell’Uomo qualunque.
L’impatto di queste 21 donne nello scenario politico nazionale fece sì che tutto ciò che fino ad ora era delegato agli uomini, potesse essere portato avanti in prima persona da chi fino a poco prima era senza voce, come la formulazione dell'Articolo 3 della Costituzione, dove l'aggiunta delle parole “senza distinzione di sesso” non fu un semplice dettaglio formale, ma una vittoria politica monumentale. Quelle 21 donne rappresentavano tutte quelle staffette e partigiane che al momento del voto non avevano compiuto la maggiore età ma anche tutte le donne che ora si sentivano sempre più paritarie agli uomini.
Sopravvivere come atto di coraggio: La Ciociara di Alberto Moravia
Se le 21 Madri Costituenti rappresentano il trionfo del protagonismo femminile nelle istituzioni, la letteratura di quegli stessi anni ci offre il ritratto di chi quella rivoluzione la visse non tra i banchi del Parlamento, ma faccia a faccia con la continua lotta per la sopravvivenza. È qui che si inserisce la figura di Cesira, protagonista del romanzo La Ciociara di Alberto Moravia.
Mentre la Storia ufficiale celebrava le grandi vittorie e i nuovi diritti, Cesira incarnava quella "resistenza in silenzio" tipica di chi non ha ideologie, ma solo la necessità biologica di sopravvivere. La sua storia non parla di politica, ma di una lotta quotidiana per la dignità che è altrettanto fondamentale per comprendere il ruolo della donna in quel periodo.
La trama:
La Ciociara di Alberto Moravia, pubblicato nel 1957, racconta la storia di Cesira, una contadina ciociara trasferitasi a Roma dopo aver sposato un pizzicagnolo romano, e sua figlia Rosetta, un'adolescente timida. La loro vita cambia a causa degli eventi storici.
Quando i nazisti occupano Roma, sono costrette a fuggire nelle montagne della Ciociaria. Lì, cominciano a rendersi conto della malvagità e del male che non avevano mai visto prima. Il ritorno nella loro terra natale è un po' un ritorno alle origini e all'innocenza, nonostante le difficoltà economiche. L'arrivo degli Alleati sembra portare speranza. Ma è proprio allora che accade la cosa più terribile.
In una chiesa abbandonata, davanti a un'immagine della Madonna girata, un gruppo di soldati marocchini, chiamati goumier, che sono arrivati con gli inglesi e gli americani per liberare l'Italia, violentano Cesira e Rosetta. Il male viene da chi avrebbe dovuto aiutarle. Cesira guarda sua figlia, rassegnata a ciò che è accaduto. Il romanzo finisce con la distruzione dell'innocenza e della speranza che sembrava possibile.
La storia parla della guerra e delle persone che ne sono state colpite, e di come certe esperienze possano cambiare profondamente la vita delle persone.
lo specchio di un’Italia violata:
Il Romanzo evidenzia apertamente quali fossero le crudeltà della guerra nei confronti delle protagoniste, frutto non solo della freddezza nazifascista, ma anche dei crimini degli alleati; con la scena dello stupro da parte dei goumier fa riflettere il dramma storico delle cosiddette 'marocchinate': migliaia di donne italiane che, durante la liberazione, subirono stupri di massa da parte delle truppe coloniali francesi. Moravia usa questo trauma per mostrare come la guerra non faccia distinzioni tra 'liberatori' e 'oppressori' quando si tratta di violare il corpo femminile.
Tali momenti di crisi mettono in luce gli effetti devastanti su chi li vive: attraverso l’evoluzione morale di Rosetta, la quale ne esce moralmente degradata e privata della sua innocenza originaria, non solo Moravia fa appello a ciò che subirono le donne lottando per la loro sopravvivenza, ma fa anche da simbolo di un’Italia, la quale sarà per sempre segnata da tali crimini.
Dalle macerie alla dignità: l'eredità di una lotta
In definitiva, l'indagine condotta tra le pieghe della storia e i ritratti della letteratura rivela come il silenzio delle donne non sia mai stato sinonimo di assenza, ma una forma di resistenza attiva e resiliente. Se da un lato la storia ufficiale ci consegna l’immagine gloriosa delle Madri Costituenti e il traguardo fondamentale del suffragio universale, dall'altro la letteratura di Moravia ci ricorda il prezzo umano e il trauma di chi ha vissuto la guerra sulla propria pelle.
Cesira e Rosetta rappresentano l'altra faccia della medaglia: quella di un’Italia violata che, nonostante la fine del conflitto, deve fare i conti con ferite invisibili. Tuttavia, è proprio da quel "salvarsi da sole" e da quella partecipazione coraggiosa nelle fabbriche, nelle montagne e nelle urne, che è nata l’Italia moderna.
Oggi, riconoscere il ruolo delle donne tra il 1943 e il 1946 significa non solo rendere giustizia a un protagonismo a lungo dimenticato, ma anche onorare quel mutamento sociale che ha trasformato la sopravvivenza individuale in una conquista collettiva di dignità e libertà. La "rivoluzione silenziosa" di allora rimane ancora oggi la base fondamentale su cui poggiano i nostri valori democratici, ricordandoci che nessun diritto è mai stato una concessione, ma il frutto di una lotta consapevole per esistere e resistere.